La palpazione è un arte che può essere insegnata solo a se stessi”
Rollin Becker DO

La capacità palpatoria è uno dei fondamenti della pratica clinica osteopatica. Per noi osteopati è un metodo essenziale per valutare le disfunzioni e selezionare le tecniche di trattamento più idonee.
Anche secondo la medicina classica la palpazione è importante, essendo definita come metodo d’indagine clinica e una manovra semeiologica manuale, che si basa sulla sensibilità propriocettiva del medico e costituisce uno dei classici cardini dell’esame obiettivo del paziente ricavando così informazioni tattili utili ai fini clinici come ,temperatura, consistenza, grado di resistenza, presenza di pulsazioni, vibrazioni, dolore, ecc…
E’ una delle più vecchie forme di diagnosi ed è considerata da sempre come uno dei metodi d’esame più efficaci.

La palpazione quindi è uno strumento essenziale per l’osteopata. I nostri grandi maestri insistono sull’importanza dell’acquisizione di buone capacità palpatorie. Sutherland diceva: ”La tecnica osteopatica consiste in un’applicazione intelligente della sensibilità tattile…Un tatto ben allenato è un principio essenziale dell’osteopatia; ed è essenziale sia per la diagnosi che per il trattamento… ciò non si impara osservando altri colleghi manipolare, ma la si apprende e la si acquisisce solo posizionando le mani in modo corretto e di seguirle come se fossero un monitor della palpazione intelligente, come se vedessero, se ascoltassero, se pensassero…” (da The Cranial Bowl).
La palpazione per l’osteopata non si limita ad essere una “raccolta di dati”: il concetto di palpazione intelligente porta a sentire, ascoltare, percepire e individuare cambiamenti nella consistenza dei tessuti attraverso le mani.
Rollin Becker disse: “solo i tessuti sanno”. Il problema è entrare in relazione con i tessuti e far dir loro ciò che sanno, metterli in comunicazione tra loro, cosa che può avvenire solamente attraverso la palpazione.

I parametri soggettivi della palpazione.

Presenza, intenzione, attenzione, visualizzazione sono i parametri soggettivi della palpazione, ne caratterizzano la qualità e sono indispensabili per entrare in comunicazione col paziente.

Presenza: significa occupare lo spazio presente, occupare il momento presente. E’ l’essere “hic et nunc” (qui e adesso). Il termine presenza deriva dal latino “praesentia” che significa “essere innanzi”, “al cospetto di”.
Il fatto di essere presenti richiede la consapevolezza di ascoltare sia la parola che il corpo del paziente. Spesso siamo talmente presi da noi stessi che non cogliamo neanche i messaggi verbali che il paziente ci comunica. Quindi la presenza è necessità primaria per iniziare un rapporto col paziente, verbale quanto fisico.

Intenzione: è ciò che si intende fare per raggiungere un dato fine. E’ il punto di partenza di tutti gli eventi, se non c’è intenzione non c’è alcuna azione. La comunicazione segue questa regola: se noi comunichiamo con qualcuno significa che abbiamo l’intenzione di dirgli qualcosa e che egli comprenda. Nella palpazione avviene lo stesso: cosa desidero fare quando poggio le mani sul paziente? Cosa vogliamo sentire? Le informazioni che otterremmo saranno subordinate alle nostre intenzioni.
L’intenzione è la sorgente del tipo di sensazioni, di movimenti che voglio andare a percepire: se la nostra intenzione è quella di percepire la pulsazione cranica la percepiremo, se vogliamo sentire lo “srotolamento “ di un tessuto che si libera dalle tensioni lo sentiremo. Dunque quando noi poggiamo le mani sul paziente è necessario avere ben chiaro cosa si vuole fare. E’ importante incanalare accuratamente la nostra intenzione perché ciò che si percepirà sarà direttamente collegata alla precisione dell’intenzione.

L’attenzione è strettamente collegata all’intenzione se vogliamo che la percezione non sia inquinata da altri parassittaggi.
Attenzione: è un altro elemento molto importante per la comunicazione e quindi per la palpazione. Dal latino attenzio-onis cioè rivolgere l’anima; è l’atto con il quale la mente si rivolge ad un oggetto; è quel processo in base al quale l’organismo focalizza la sua attività nervosa e psichica su uno stimolo o un insieme di stimoli che giungono al campo percettivo. Nella psicologia strutturalista l’attenzione era vista come una caratteristica della coscienza, mentre per altri autori l’attenzione era già posta fuori dalla coscienza come un processo che la precede e ne seleziona e ne prepara l’attività. Potremmo quindi definirla come la capacità di selezionare tutti gli influssi che prevengono, quelli interessanti e quelli meno,e anche selezionarli per quanto concerne la loro qualità (vista, udito, gusto, tatto, ecc…) e loro possibile localizzazione nello spazio. Per esempio: siamo ad un incontro mondano e il luogo è pieno di gente e il brusio è più o meno forte ad un certo punto riconosciamo un amico e iniziamo a parlare con lui. Abbiamo fatto diverse cose coinvolgendo l’attenzione in modo rilevante. Notando l’amico la nostra attenzione che prima inglobava un largo spazio definito si è localizzata su uno spazio ristretto inglobando l’amico noi stessi e lo spazio che ci separa. E’ ovvio che non è lo spazio che si è ristretto ma il nostro spazio di percezione. Inizialmente ricevevamo tutti gli stimoli senza discriminare in un secondo momento abbiamo selezionato il tipo di stimoli percepiti. Allo stesso modo potremmo ricevere da un corpo vivente una moltitudine di informazioni che coesistono,e che noi non discerniamo né isoliamo.
Così, quando ci mettiamo in relazione con il paziente ascoltando con la palpazione le sensazioni che ci pervengono, riceviamo una miriade di informazioni, messaggi dati dai movimenti quali la pulsazione cardiaca, la respirazione toracica,movimenti legati alla vita cellulare, al funzionamento del MRP,della fascia, ecc… E’ la nostra attenzione che ci consente di isolare e percepire distintamente ciò che vogliamo, trascurando gli altri elementi che comunque coesistono durante la palpazione. Ad esempio, quando “ascoltiamo” il cranio è la nostra attenzione che ci fa discriminare il movimento della pulsazione sanguigna dall’MRP, o quando ascoltiamo le fasce della cassa toracica è sempre la nostra attenzione che ci fa discriminare il movimento della respirazione toracica dal movimento intrinseco delle fasce.

Quindi l’intenzione crea l’azione, mentre l’attenzione determina su che cosa essa va a localizzarsi. L’intenzione quindi modula l’attenzione. E’ importante però non indurre nulla: l’intenzione guida l’attenzione ma bisogna stare attenti a non incitare i tessuti che stiamo palpando o faranno esattamente quello che noi stiamo inducendo con le mani. Dobbiamo limitarci all’ascolto.

Visualizzazione: significa rendere visibile qualcosa, rappresentare mediante immagini. Per percepire correttamente le informazioni che ci arrivano da una parte del corpo,abbiamo detto, è importante che la nostra attenzione sia rivolta verso quella parte del corpo che noi stiamo ascoltando. E’ proprio partendo da questo che noi percepiamo esattamente ciò che ci perviene dai tessuti. Se la nostra attenzione non è focalizzata non riusciremo più a collegare le sensazioni che percepiamo con il tessuto stesso e quindi per discernere bene è importante che la nostra attenzione sia sui tessuti e non sulla nostra mano. Ed è proprio in queste circostanze che la nostra conoscenza anatomica ci viene in aiuto; l’attenzione per fissarsi ha bisogno di una realtà che nel nostro lavoro è la realtà anatomica, la visualizzazione anatomica. La nostra conoscenza anatomica ci permette di rappresentare, di visualizzare mentalmente la regione che stiamo palpando. Uno dei principi filosofici dell’osteopatia è: anatomia, anatomia e ancora anatomia. Uno dei fini del nostro studio anatomico è quello di ottenere un’immagine anatomica corretta: non tutte le zone del corpo che vogliamo percepire sono direttamente visibili; molte sono profonde e non accessibili alla vista. Ma se si ha una buona visualizzazione mentale quello che noi percepiremo verrà da quella determinata zona che noi stiamo immaginando. Visualizzare correttamente l’anatomia è importante per dare un significato anatomico a ciò che si percepisce. Come sarebbe possibile interpretare il movimento delle ossa del cranio sentito sotto le mani senza avere una chiara immagine delle ossa del cranio? O meglio come si possono interpretare le sensazioni tattili che ci pervengono dal contenuto cranico senza avere un immagine anatomica precisa delle varie strutture all’interno del cranio?
Le nostre conoscenze anatomiche quindi ci permettono di comprendere realmente ciò che sentiremo sotto le nostre mani e la visualizzazione è quella che ci permette di avere percezione anche dai tessuti molto profondi contenuti all’interno delle cavità craniche, toraciche e addomino-pelviche.

Parametri oggettivi della palpazione

Nel paragrafo precedente la domanda che ci siamo posti era come doveva essere effettuata la palpazione in relazione alla comunicazione; ora per capire quali sono i parametri oggettivi della palpazione bisogna porsi un’altra domanda: “cosa devo palpare?”
Tali parametri sono legati alle qualità fisiche del tessuto biologico e quindi legate all’organismo vivente e all’organizzazione stessa della materia vivente.
Il corpo, appartenente all’universo fisico, è costituito da materia, e come tale è organizzata nello spazio e nel tempo e ciò che fa muovere la materia è l’energia intrinseca della materia stessa.
Se mettiamo in relazione questi elementi, energia, massa, spazio e tempo, otteniamo vari rapporti che esprimono alcune qualità della materia.
Quelle che interessano a noi come osteopati sono in particolar modo la densità, la tensione , la velocità. Essi caratterizzano un tessuto in movimento.

La densità: è il rapporto tra massa e volume di una sostanza quindi è la quantità di materia in rapporto allo spazio; indica quindi l’impregnazione di energia di quella parte di materia e quindi anche la relazione tra energia e spazio. Quando vado a palpare la densità di un tessuto cerco la compattezza e la corposità di un tessuto.
Le strutture del corpo non hanno tutte la stessa densità, la densità di un muscolo è diversa da quella di un osso o da quella di un organo, un di un viscere o di una fascia. Quindi è importante durante la palpazione prestare “attenzione” a quale tessuto vogliamo sentire e la densità del tessuto che si vuole mobilizzare è un elemento importante: più un tessuto è denso, più tempo occorrerà per modificare la sua consistenza di stato iniziale.
Il concetto di densità quindi è fortemente legato al fatto che la materia è energia concentrata, ordinata, stabilizzata nello spazio e nel tempo di conseguenza conviene regolare la palpazione alla densità dei tessuti che si vogliono trattare.

La tensione: termine che, nell’uso scientifico, è passato dalla meccanica intesa come elasticità ad altri campi. Un esempio pratico è rappresentato dal confronto tra due palloni, uno più gonfio rispetto all’altro: i due oggetti avranno una tensione (tensione di superficie) e una elasticità diversa fra loro. Sono queste sensazioni tattili ad indicare la tensione di un tessuto.
Il ritmo del tessuto: si riferisce al movimento di un tessuto. Dal punto di vista fisico è la relazione fra spazio e tempo: un corpo che si muove nello spazio e nel tempo. E’ quindi la propensione di un corpo al movimento. Il movimento di un tessuto può essere lento o rapido e quanto più è denso un tessuto tanto più è lento. E’ quindi la capacità di un tessuto di far circolare l’energia, intesa in questo senso come espressione di movimento.
Secondo la fisica moderna tutto è energia. L’energia di un corpo o di un sistema è definita come la sua attitudine, capacità, di compiere un lavoro; ma non è facile dare una definizione di energia in quanto questa è strettamente collegata alla definizione stessa di che cos’è la vita.
Infatti ogni organismo biologico, per vivere deve compiere in continuazione operazioni di vario tipo: sintesi, demolizione, trasferimento di sostanze, lavoro osmotico, elettrico, ecc… e tutti questi processi richiedono energia. Ciò implica il fatto che il movimento di un corpo avviene grazie all’energia del corpo ed è allo stesso tempo espressione di energia. Un sistema biologico, per mantenere un buon stato di salute, deve quindi dar luogo con continuità a scambi energetici (comunicare) sia con l’ambiente interno che esterno alla cellula stessa. Quando, per vari motivi, ciò non accade lo stato di salute viene alterato: si determina uno stato di non comunicazione e una retrazione conseguente alla non comunicazione che modifica l’organizzazione stessa della cellula. Conseguenze sono l’aumento della densità perdita di elasticità, diventerà un punto di non movimento e quindi sarà perturbata la funzione stessa di quel tessuto.
Dopo aver identificati i vari parametri della palpazione si passa all’accordo palpatorio con il tessuto con il quale si intende comunicare: occorre essere in sintonia con il tessuto (sintonizzarmi) e questo è possibile solo se se mi metto in relazione con la densità, la tensione e la velocità del tessuto stesso. Questa è la chiave di accesso che apre la comunicazione e che mi potrà permettere di entrare nei tessuti e aiutare così il processo di autoregolazione. Il nostro lavoro quindi è quello di cercare le zone di restrizione con maggior densità, andare al loro livello di densità e attraverso la nostra intenzione e attenzione riequilibrare l’energia fino a quando qualcosa non si muove e la comunicazione riprende.. Quando questo accordo si realizza i tessuti liberano la loro energia accumulata mettendosi in movimento e liberando al loro volta l’energia accumulata anche sotto forma di calore.

Il silenzio terapeutico.

“ Il silenzio non ci appartiene, il silenzio è della musica, della natura, delle cose. L’uomo pretenderebbe di possedere tutto, ma il silenzio si può cercare oppure, per paradosso ascoltare.
L’ascolto non potrà possedere il silenzio, ma a verificarne l’impossibilità di esistere.” M. Brunello (2014)

Il respiro, la pausa, la sospensione, ossia il silenzio, entrano a fa parte fondamentale del pensiero terapeutico, creando delle percezioni nuove sul tessuto. Queste percezioni sono fondamentali per far capire al paziente i nuovi adattamenti corporei, dopo la tecnica.
Queste pause permettono di aumentare l’effetto parasimpatico sul corpo e nei soggetti più sensibili, capire il cambiamento del tessuto trattato.
Al contrario se invece stimoliamo con molte tecniche senza nessuna pausa, otterremo una risposta neurovegetativa simpatica. Questo è sicuramente la stimolazione non corretta per la maggiormente dei nostri pazienti.
L’errore comune per noi osteopati, e non solo nella nostra professione, che tutti noi abbiamo fatto per decenni nel pensare, che la tecnica fosse la considerazione primaria del trattamento e più ne faccio e forse meglio, per appagare il nostro ego o calmare la nostra insicurezza.
Il ritmo delle comunicazioni, ovvero le tecniche è fondamentale per una migliore sinergia col paziente, ma tutto questo s’impara dopo decenni di professione.

Nell’ascolto tessutale dobbiamo capire che tipologia di tessuto andiamo a palpare, ogni tessuto comunica in modo diverso e richiede tempi di correzione differenti, a causa del tempo che la disfunzione è presente, in questo caso dovremmo anche aspettare gli effetti di più trattamenti per un riequilibrio della zona, dell’emozione, o proprio della sulle caratteristiche tessutali di quella zona.
Un consiglio fondamentale se uno vuole imparare a sentire deve essere molto paziente e curioso, per poter scopriremo sensazioni nuove e risultati nuovi.
Una differenza tra tessuto osseo e i tessuto fasciale è bene evidente, l’osso ci richiederà del tempo per una disfunzione intra-ossea di 20 anni prima, un tessuto fasciale, molto meno, ma se è carico emozionalmente, facciamo un piccolo esempio ho una piccola distorsione al ginocchio. Lo strain legamentoso e fasciale non mi permette più di correre, il paziente ha un momento di molto stress e la corsa era la sua terapia, in questi casi i tempi diventano più lunghi perchè si è associato una componente emotiva.
Il tessuto endocrino richiede tempo e leggerezza. La sua sensazione e vibrante, bisogna capire se è ipo o iper, più facile a sentire e anche a correggere è l’iper. Possiamo avere disfunzioni di natura metabolica, vedi scompensi ormonali in pre-menopausa, come altre associate allo stress, come ben descritte da H.Selye (1958) definì come “Sindrome Generale di Adattamento”.
L’organismo quando è soggetto agli effetti prolungati di molteplici fattori di stress, quali stimoli fisici, mentali, sociali o ambientali, quando non riesce più l’adattamento si ha
l’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi: Allarme, l’organismo risponde ai fattori di stress mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento, che sono costituiti dall’aumento del battito cardiaco, pressione sanguigna, tono muscolare, spasmo, ed arousal (attivazione psicofisiologica). Resistenza, il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche da varie ghiandole, le ghiandole surrenali per esempio.
Esaurimento, se i fattori di stress continuano ad agire, il soggetto può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica.
Quindi a seconda della fase del processo di attivazione del problema, il tempo di trattamento cambierà sulle disfunzioni ormonali abbinate allo stress, necessiterà più attenzione e tempo.
Un tessuto tumorale è denso e non vuole comunicare, ma poi cede e poi rapidamente torna la densità, se abbiamo delle sensazioni simili è consigliato dei controlli medici, anche perché la migliorare la circolazioni dei fluidi è una controindicazione in questo caso,ma in casi di pazienti terminali i trattamenti migliorano la qualità della vita finale del paziente.

Ossa chiave e ossa sospese.

Nel trattamento degli errori di postura, lo scopo fondamentale deve essere quello di rendere il meccanismo del corpo il più perfetto possibile, perché proprio da questo dipendono l’ottimo stato di salute e la resistenza della malattia” A. Benichou (1988)

Queste ossa hanno una loro particolarità, sono strettamente collegate al sistema fasciale, sembra che l’organizzazione del nostro corpo abbia deciso di considerarle degli ammortizzatori strutturali, cosa significa questa definizione ? L’organismo ha deciso di scaricare le sue tensioni su queste strutture per mantenere la sua funzionalità e ammortizzare le tensioni interne del nostro corpo e quelle esterne gravità, la forza del suolo e ovviamente qualsiasi forza esterna.

Le caratteristiche tra le ossa chiave e le ossa sospese sono totalmente differenti.

Le ossa chiave sono: Il cuboide, il perone, il pube, la clavicola e lo zigomatico.

Le ossa sospese sono: la rotula, il sacro, lo sterno e lo ioide.

L’ossa chiave sono dei relè fasciali, cosa intendiamo con questa frase, il loro ruolo è di mantenere la corretta fisiologia della fascia permettendo all’organismo di mantenere la sua fisiologia dei fluidi e nervosa.

Se a livello fasciali si presentano degli strain fasciali importanti o anche continuativi, l’organismo predilige di creare una importante disfunzione somatica e perdere anche la maggior parte del suo movimento. Possiamo dire che per riuscire a mantenere uno standard di qualità delle funzioni dei fluidi del nostro corpo, preferisce andare in disfunzione somatica, queste disfunzioni hanno sempre una pessima qualità di movimento, le ossa chiave e sospese dovranno permettere la fisiologia tra i vari distretti corporei.

Analizzandoli possiamo dare anche altre letture di tipo funzionale.

Il cuboide è l’osso chiave del piede, la sua fisiologia associato allo scafoide di poter gestire la dinamicità del movimento del piede, il calcagno e l’astragalo hanno la funzione di carico e di permettere alla gamba di muoversi al di sopra, la parte anteriore del piede è la spinta, lo slancio nella camminata, il cuboide e lo scafoide come area di ammortizzamento si devono adattare per permettere la fisiologia del movimento del piede.

Non dimentichiamo le correlazioni a distanza delle aree di ammortizzamento, la sua disfunzione può essere il compenso dei diaframmi che sono sopra, losanghe di Fulford

Il cuboide è strettamente collegato alla catena superficiale esterne, quindi lo possiamo trovare in disfunzione anche per via della catena.

Il perone è l’osso chiave dell’arto inferiore, tutte le fascie presenti nella gamba s’inseriscano su di lui. Si adatterà alle perdita di qualità del movimento della caviglia e del ginocchio, è comune nei traumi.

Anche lui è strettamente collegato con la catena superficiale esterna e con l’area di ammortizzamento del ginocchio.

Nel paziente che ha un dolore cronico per le disfunzioni del ginocchio e della caviglia tende a camminare in schema antalgica, questa strategia di movimento, tenderà a sfruttare la membrana intra-ossea della gamba, come fulcro della deambulazione, con questa strategia di movimento il perone andrà in disfunzione.

Ci sono altre due cause che perturbano la fisiologia della membrana intra-ossea e di riflesso il movimento del perone: l’equilibrio e la respirazione, richiedono una forte tensione di compenso alla membrana intra-ossea.

Il pube è l’osso chiave del bacino è strettamente collegato alla catena fasciale superficiale anteriore e i tessuti uroginecologici le sue disfunzioni sono la dimostrazione di una problematica del bacino o del contenuto, o un compenso in relazione alle aree di ammortizzamento.

La clavicola è l’osso chiave del tronco, le sue connessione sono con la gabbia toracica, con l’arto superiore, con il duomo pleurico e le fasce delle cervicali, è elemento fondamentale dello stretto toracico superiore.

A livello cranico abbiamo lo zigomo come osso chiave, tutte le fasce eso craniche s’inseriscano su di lui.

Le ossa sospese hanno una differente caratteristica devono mantenere questa caratteristica di sospeso, mobilità e plasticità. Ma hai me spesso li troviamo ipomobilie e densi, segno di mancanza di compensazione.

Hanno una forte correlazione neurovegetativa ed emotiva, quindi l’approccio manuale deve essere cortese.

La rotula si adatta alle problematiche relative al ginocchio, il quadricipite si contrae per compenso alle disfunzioni del ginocchio stesso. Le problematiche di equilibrio, paziente che carica sui calcagni, anche i movimento dei muscoli degli occhi, se non è sinergico tra loro, le funzioni dei due emuntori, polmone e rene, la perturbano e li fanno perdere la sua mobilità.

Il sacro sempre disfunzionale, cerca di vivere sospeso, ma no ci riesce, ha correlazioni intime con le altre ossa del bacino, la catena fasciale superficiale posteriore, le strutture fasciali viscerali del bacino e bacinetto e infine la dura madre. E’ difficile per lui mantenere il suo ruolo di sospeso.

A livello del torace abbiamo lo sterno, struttura che ha relazioni con la catena fasciale superficiale anteriore, all’interno le strutture del mediastinico e funzioni respiratorie, più correttamente dette le catene fasciali profonde centrale, mista e periferica. Lo sterno emozionalmente è collegato all’ansia e il panico, in questi soggetti la sua struttura sarà densissima.

L’ioide è sospeso in gola, fa parte dell’area di ammortizzamento insieme alla mandibola, coinvolge su di lui, gracile e debole tutte le strutture fasciali dell’anteriore collo, emozionalmente è legato alla nostra comunicazione orale.

Le ossa chiave e sospese vanno sempre controllate, corrette, ma il punto fondamentale è capire perché hanno perso mobilità. Sicuramente per un compenso, quindi bisogna andare a cercare altrove.

Il loro ruolo è di permettere all’organismo di mantenere una adattabilità per mantenere l’omeostasi, anche al discapito di perdere quasi totalmente la loro mobilità

Concetto di Fulcro.

…un fulcro è un punto immobile (still-point), un punto di quiete. È da questo punto che una leva si muove e prende la sua potenza. Sapere che un fulcro può essere spostato, ma che la sua funzione non può essere modificata. Si tratta sempre di un punto immobile, un punto di riposo, a partire dal quale le leve funzionano e acquistano la loro potenza.” W.G. Sutherland DO

Abbiamo già citato la parola fulcro nelle pagine precedenti, a questo punto è fondamentale capire meglio il suo significato.

Cerchiamo di dare una descrizione storica per comprendere meglio il concetto di fulcro,ripercorrendo gli scritti degli autori storici di cranio-sacrale, William Garner Sutherland, e di quelli di uno dei suoi discepoli, Rollin Becker; tenteremo di comprendere alla luce della fisica quantistica qual è la natura di questo concetto.

Definizione del fulcro:la parola latina, “fulcrum” significa appoggiare, sostenere. Qualcosa che regge o sostiene, il punto su e da cui si muove una leva. Il fulcro o punto d’appoggio, è un elemento molto presente in osteopatia e nelle terapie manuali in cui si parla spesso di punto d’appoggio, di perno, di leva.

Il fulcro, nell’approccio cranio-sacrale, ha dei significati supplementari, ma il concetto di fulcro è applicabile anche a livello delle altre aree del corpo.

Un po’ di storia della parola fulcro.

Negli anni 40, indagando il campo cranico, il Dr. Sutherland nota una regione che reagisce in modo particolare. Suppone si tratti delle Membrane a Tensione Reciproca o MTR e dei loro poli di inserzione. Un meccanismo di fulcro sembrava manifestarsi. Localizza questa regione a livello del seno retto dove la falce cerebrale e il tentorio del cervelletto sono contigui.

Più che un semplice punto d’appoggio, il fulcro si manifesta come un punto d’appoggio dinamico ed in seguito ad esperimenti realizza che il fulcro delle MTR è mobile, adattabile e sospeso.

In omaggio a W.G. Sutherland, i suoi allievi diedero a questa congiunzione funzionale il nome di “Fulcro di Sutherland”. Il concetto di fulcro fu scoperto e descritto in rapporto alla regione anatomica in cui le falci e il tentorio del cervelletto sono contigue a livello del seno retto, ma possiamo chiederci se esistano altri fulcri.

Ovviamente la risposta è si. Vi sono un gran numero di fulcri. Sono presenti dappertutto nella natura e nel corpo umano. Il Dr. Thomas F. Schooley dice: “Se avvengono delle fluttuazioni, deve esserci un punto centrale dal quale nascono, e questo punto non possiede un suo movimento e può essere chiamato un fulcro. Quindi, deve esserci un fulcro per ogni atomo, per ogni molecola, per ogni massa di materia.”

Il capire quali fulcri sono più importanti è fondamentale per permettere che i fluidi circoli meglio, in questo modo eviteremo le stasi dei fluidi. Il sistema dei fluidi è un elemento capitale nel concetto osteopatico, già per A.T. Still, con la prima regola della arteria e poi W.G. Sutherland dà un’importanza notevole ai fluidi interessandosi in modo particolare al LCR (liquido cefalorachidiano) definendolo “L’elemento più nobile contenuto nel corpo umano…”.

È interessante notare che le descrizioni fatte negli anni considero queste parole chiave: le leve mobili oscillanti, rappresentate dalle fluttuazioni della marea, la potenza, l’immobilità, il punto di quiete, questo movimento d’equilibrio tra il flusso e il riflusso delle onde nonché momento d’equilibrio tra due maree.

Il Dr. Sutherland non precisa, come ha potuto farlo per il fulcro membranoso, la sede di un eventuale fulcro maggiore per i fluidi. Tuttavia, numerose interpretazioni situano questo fulcro fluidoa livello del terzo ventricolo e più precisamente nell’area della lamina terminale che ne è la parete anteriore. Il fulcro osseocorrisponde alla sincondrosi sfenobasilare.

A questo punto appare più evidente la differenza tra un punto d’appoggio e un fulcro. In effetti il punto d’appoggio è legato in modo intrinseco alla nozione di fulcro, entrambi hanno l’elemento più importante: il punto d’immobilità, di quiete che genera la potenza.

Il fulcro però, possiede diversi elementi supplementari: la mobilità, cioè la capacità di cambiare o di spostarsi da un punto a un altro, l’adattamento, che è la capacità di agire da sé, la sospensione, che è propria a tutti i fulcri.

Il concetto di fulcro è passato da una nozione di punto d’appoggio a quella di punto mobile e adattabile, cosa corrispondente più a una forza che centralizza, che ripartisce e come dice J. Andreva Duval: “nel meccanismo primario un “fulcro” non è un punto anatomico, è un luogo energetico.”

Questo concetto è fondamentale perché rappresenta l’essenza stessa dell’approccio di W.G. Sutherland verso la fine della sua vita. In effetti il fulcro è sinonimo d’immobilità, di potenza e di equilibrio, elementi che favoriscono il mantenimento della salute nella fisiologia del corpo.

Altro autore R. Becker, allievo e amico del Dr. Sutherland, continua il suo lavoro ampliandolo. Applicando ̀ il concetto cranio-sacrale a tutto il corpo, su tutti i livelli ed a tutte le dimensioni dell’essere umano.

Dr. Becker si poneva molti interrogativi riguardo all’applicazione del principio di fulcro. In questa corrispondenza si nota innanzitutto l’impiego di un termine che non appare in nessun altra pubblicazione Master Fulcrum o Fulcro Maestro. Questo Fulcro Maestro sembrerebbe reggere tutti gli altri fulcri del corpo, tanto fisiologicamente che patologicamente. Inoltre, lavorando con questo si metterebbero in evidenza tutte le disfunzioni, per poi correggerle.

Il Dr. Becker ci rivela delle sue considerazioni più profonde su questo Master Fulcrum. “…Sono interamente convinto che Dio o lo spirito della natura, abbia provato la sua capacità di pianificare (se piano c’è) e di costruire o fornire delle leggi in sé, senza modello per le miriadi di forme e di esseri animati…”

Nel 1952 il Dr. Becker ci dice: “Il soffio di vita unificato è il fulcro sospeso mobile adattabile per il quale i modelli mobili in permanenza cercano l’equilibrio.” Il concetto di fulcro aumenta il suo valore di un meccanismo involontario. R. Becker ci descrive un fulcro dal grado più alto. Continuando con i suoi dubbi e i suoi interrogativi R. Becker constata che lo sviluppo della nostra percezione, per raggiungere una diagnosi e una cura ideale, può farsi solo in una totale neutralità; abbandonando cioè qualsiasi forma di ego del terapeuta (J. Andreva Duval)

Il Dr. Sutherland e il Dr. Becker hanno sviluppato un grado di percezione tale da non poter più trascriverci le loro sensazioni con termini classici o scientifici. Di conseguenza, per sviluppare il concetto cranio-sacrale vengono spesso impiegati termini con definizioni che rappresentano un approccio osteopatico meno meccanico e piùsottile e dell’indicibile: il respiro della vita, il soffio vitale, la luce liquida, il fulcro spirituale, il Boss, il partner silenzioso.

Aspetto più contemporaneo del lavoro sui fulcri.

Cercheremo di analizzare approccio dell’osteopatia più fluida tramite le scienze moderne, nella fattispecie la fisica ed alcune teorie di biologia.

Se consideriamo il fulcro attraverso la fisica classica, studiando i diversi tipi di leva, questa analisi ci porta solo ad una visione meccanicistica del fulcro e quindi al semplice punto d’appoggio, che nell’osteopatia più meccanicistica è fondamentale.

Ma non è la visione energetica che corrisponde all’aspetto dei fulcri e dei fluidi.

Cominciamo a dare dei concetti più funzionali del fulcro. Quali sono le particolarità del fulcro? Il fulcro è muto senza vari tipi di comunicazioni, che possono essere fulgori di luce, una densità e avvolte anche vibratoria.

Questa particolarità fa stranamente pensare ad un punto immobile (still-point) che certamente corrisponde ad un fulcro. Il nodo si identifica ad un punto singolare che ricorda un “buco nero”.

Il fulcro nella sua singolarità è portatore di una forte densità d’energia che non esprime e che non induce l’ambiente. Il carico d’energia, non è energetico.

Allo stesso modo il fulcro, che è un punto d’immobilità (still-point), genera la potenza ma non la esprime; sono le leve che muovendosi dissiperanno l’energia. Questa descrizione ci permette solo di fare un parallelo con il fulcro, come R. Becker precisa:

La potenza può essere descritta in diversi modi. È lo spazio tra due note in uno spartito di musica… Separa le diverse lunghezze d’onda che manifestano l’energia dei campi elettromagnetici. Si situa tra il flusso e il riflusso dell’oceano e dei flussi dell’energia universale del sistema solare ed al di là. In chimica, interviene nei punti di scambio tra due reazioni. Una delle descrizioni più semplici della potenza, però, è quella della leva e del fulcro: la potenza nel punto d’immobilità che costituisce il fulcro è la somma totale delle energie che si manifestano alle due estremità della leva.”

L’immobilità.

Per osservare la mobilità, dobbiamo prendere dei punti come riferimento. Un’automobile, per esempio, è immobile o si muove rispetto ai marciapiedi della via o alle banchine della strada. Il seno retto (regione anatomica ove si localizza il fulcro di Sutherland) può essere mobile o immobile rispetto al suolo (alla terra), ma resta immobile rispetto alle sue leve che sono le membrane del corpo.

Questi ragionamenti sono fondati sull’ipotesi che esista una referenza assoluta nonché un tempo assoluto. Stacchiamoci da questa visione meccanicistica, e consideriamo il livello d’energia di un oggetto che si presuppone immobile.

Considerando la teoria quantistica, lo stato di base o lo stato di più bassa energia di un oggetto, non corrisponde al raggiungimento di un’energia nulla. Anche al suo stato di base, un oggetto è inevitabilmente la sede di una quantità minima di fluttuazioni dette di punto zero. Allo stesso modo, anche nel vuoto o nel loro stato di più bassa energia, le onde di un campo di Maxwell non sono esattamente uguali a zero.

Questo stato di energia minimo è concepito come un oceano di particelle virtuali che interagiscono tra loro e conferiscono al “vuoto” una certa energia potenziale.

Il “vuoto” è lo stato latente della realtà. La materia ordinaria costituita da particelle elementari intrinsecamente dinamica ne è lo stato manifesto.

Insomma, la materia altro non è che una manifestazione del “vuoto”

Rollin Becker esprime questa energia del punto zero partendo dall’immagine del partner silenzioso. “Il vostro partner silenzioso è un punto fulcro; è assolutamente immobile. Non vi è energia in movimento nel partner silenzioso. E’ tutta l’energia, ma non è in movimento. E’ la fonte d’energia attuale, lo stato dal quale l’energia proviene. Non c’è movimento, c’è solo una potenza allo stato puro”

Con queste informazioni possiamo tentare di interpretare la nozione di immobilità (principio primo del fulcro) come lo stato latente della “realtà”.

Così il fulcro o più esattamente i miliardi di fulcri sono solo potenziali manifestazioni. R. Becker ci dice che l’immobilità della vita si esprime direttamente come una realtà dinamica mediante la nostra coscienza; in altri termini si potrebbe dire che la coscienza dell’osservatore attualizzi le particelle. (Fenomeno caro alla fisica quantistica).

Questo evidenzia anche l’attivazioni create dallo stesso terapeuta in assenza del suo stato neutro possono perturbare l’organismo del paziente “Non solo le osservazioni disturbano ciò che deve essere misurato, ma esse lo producono……..noi costringiamo un elettrone ad assumere una posizione definita…ma siamo noi stessi che produciamo i risultati della misurazione”. Pascual Jordan( 1902-1980)

Dalla materia allo spirito.

Un analisi dello spirito e coscienza in rapporto al corpo sofferente è già stata trattata già agli albori dell’osteopatia, dal suo stesso fondatori e nel tempo altri colleghi hanno continuato a ribadire lo stesso concetto, tutto questo va sicuramente a contrasto con il momento storico che viviamo in Europa, dove la categoria cerca di far diventare l’osteopatia una professione sanitaria con evidenza scientifica.

Nella fisica quantistica il mondo della materia e il mondo della coscienza (o spirito) si possono interpretare come due aspetti di una stessa realtà. Così possiamo carpire meglio ciò che R. Becker esprime: “…Facciamo questa palpazione con la mano vettore. Risentire il movimento non basta. E’ necessario “ascoltare” ciò che il movimento esprime – ascoltare con lo spirito, ragionare con lo spirito, interpretare con lo spirito, leggere con lo spirito. È necessario sviluppare “un’immagine mentale” di come, quando e perché il meccanismo fisiologico de! paziente esprime questo tipo di movimento.”

Bisogna stare attenti, quando si parla di spirito, a non fare confusione; comunemente lo si usa come sinonimo di anima. Il termine “spirito” viene applicato solo a ciò che si riferisce direttamente alla coscienza universale, di cui ne è l’emanazione omogenea e senza mescolanza.

Fisici d’avanguardia propongono delle teorie quantistiche della coscienza:

Teoria di David Bohm, Teoria del campo quantistico, Teoria dei microvilli di Sir John Eccles

Adesso possiamo percepire tutta l’importanza della coscienza in questo approccio; la percezione del fulcro si può fare solo attraverso il nostro stato neutro. Un’applicazione tecnica si effettua utilizzando le energie dell’immobilità e quelle della funzione fisiologica del corpo nella loro propria dinamica di scambi ritmici equilibrati. Questo ci consente la diagnosi e la cura tanto nello stato di salute che in quello traumatico o di malattia.

La condizione è molto semplice: essere cosciente dell’immobilità e ammettere la funzione fisiologica del corpo, che manifesta la sua propria potenza infallibile piuttosto che utilizzare una forza cieca proveniente dall’esterno” Si può fare un legame tra l’immobilità e la coscienza prendendo in considerazione una citazione di W.G. Sutherland:

“Be still and know” “Sii immobile e conosci” “ Sii fermo e conosci” …. Ci si potrebbe chiedere se la conoscenza si trovi nell’immobilità.

Il fulcro, questa forza che centralizza, che ripartisce, questo luogo energetico, è la congiunzione tra le forze inerenti e la vita che si manifesta come un movimento. R. Becker universalizzando il lavoro di W.G. Sutherland ci insegna che è possibile palpare l’immobilità, così come il movimento, ma soprattutto che è possibile utilizzare queste risorse per ristabilire la salute.

Ricordiamo i tre principi fondamentali dell’osteopatia: l’interdipendenza struttura/funzione, l’unità del tutto, il principio di autoguarigione.

Per riuscire ad avere le capacità sensoriali per comprendere ascoltare e rimettere in movimento il terapeuta deve essere neutro, in disparte, e avere nello stesso tempo una coscienza viva e acuta. Tuttavia, R. Becker insisteva sulla semplicità di questo approccio. La complessità è la semplicità di questo meccanismo”.

Durante la mia formazione in osteopatia il trattamento della deglutizione non era stato puntualizzato a sufficienza, sembrava che l’argomento non fosse poi così importante, ma poi mi sono scontrato con la realtà dei miei due figli che dovevano migliorare la loro qualità nel gesto della deglutizione, per facilitare il lavoro dell’ortodontista. Questo mi ha obbligato a studiare questa zona del corpo per capire meglio le sue relazioni con l’apparato stomatognatico e poi posturali.
Due cenni sullo sviluppo anatomico e fisiologico della lingua: incomincia a svilupparsi in fase embrionale nella quarta settimana il suo sviluppo è strettamente legato all’innervazione dell’ipoglosso, è la prima struttura che si forma della cavità bucale. Le sue attività sono già tutte presenti già durante la maternità: Il riflesso di suzione è già presente alla 10 settimana di vita uterina; alla 13 settimana il feto deglutisce; al 5 mese succhia il dito.

Il tronco encefalico ha il controllo neurofisiologico della mobilità della lingua già dal 60° giorno di vita intrauterina. Nei primi anni di vita la deglutizione ha una fisiologia atipica, intorno hai 6/8 anni si trasforma in tipica, la sua fisiologia si trasforma con la comparsa dei molari definitivi.

L’innervazione motoria è rappresentata da:

  • dalle branche mandibolari del trigemino, dal facciale e dall’ipoglosso, il trigemino innerva anche i muscoli antagonisti della deglutizione, i muscoli che chiudono la mandibola.
  • dal glosso-faringeo e dal vago, che innervano la muscolatura della faringe e dell’esofago.

Quale movimento svolge la lingua durante la deglutizione?

La punta della lingua entra in contatto con le rughe palatine, la porzione mediana della lingua entra in contatto con il palato duro, la porzione posteriore assume un’angolazione di 45° contro la parete faringea per permettere al bolo alimentare di procedere verso l’apparato digerente. Durante questo processo, i muscoli elevatori della mandibola sono contratti, i muscoli dell’espressione facciale non vengono usati durante la deglutizione.

La deglutizione della saliva è una funzione inconscia avviene circa ogni 30 secondi nella veglia e ogni minuto nel sonno, più o meno sono intorno alle 1600-2000 volte nelle 24 ore.

La lingua nella deglutizione forza il palato da un minimo di 700 gr. ad un  massimo di 3000 gr. Se si prende una media di 1800 gr. di pressione per ogni deglutizione e lo moltiplichiamo per 2000 volte, il risultato è che 3.600.000 gr. di pressione  intermittente si scaricano sul palato e sui denti nell’arco delle 24 ore.

La lingua è il migliore apparecchio ortodontico.

Le funzione linguali sono: il riflesso di suzione, la deglutizione,  la respirazione, la masticazione, la fonazione, la  postura e l’equilibrio.

Quali cause provocano la disfunzione della lingua?

Nella prima fase di vita le disfunzioni che possono perturbare la fisiologia della lingua sono spesso determinate da posizionamento intrauterino o durante il parto. L’occipite tende spesso a subire delle disfunzioni intraossee a livello della base dell’occipite e provocano una compressione del canale dell’ipoglosso, con effetti sul nervo stesso. Le disfunzioni delle masse laterali dell’occipite  influenzano la sua funzionalità.

Ossificazione dell’occipite dopo la nascita

La sincondrosi intraoccipitale anteriore o basioccipite fra la parte basi (associata a 1/3 anteriore dei condili) e quelle laterali (associata ai 2/3 posteriore dei condili) inizia ad ossificare intorno ai 2 anni e termina, fondendosi completamente all’età di 8/10 anni

La sincondrosi intraoccipitale posteriore si fonde nel corso del 3° anno di vita. La sutura occipitale trasversale o sincondrosi di Budin, fra la porzione sovranucale e intranucale della squama, inizia ad ossificare a partire a 1 anno e termina fondendosi fra i 4 ed i 7 anni.

Nell’adulto la fisiologia della deglutizione può essere perturbato da disfunzioni fasciali ascendenti determinate delle catene fasciali interne(viscerali). Facciamo una breve descrizione delle catene fasciali interne, in tanto si dividono in tre: la catena fasciale interna periferica, la catena fasciale interna mista e la catena fasciale interna centrale.

La catena fasciale interna periferica  parte dal perineo, risale tramite  il peritoneo e la fascia trasversale, arriva al diaframma, risale tramite la fascia endotoracica. Si collega al diaframma toracico superiore e qui segue la catena fasciale superficiale esterna inserendosi alla base dell’occipite.

La catena interna mista parte dal perineo, risale tramite l’aponeurosi ombellico-prevescicale e si collega all’ombelico, a questo livello risale tramite la fascia trasversalis, da qui si collega tramite il legamento rotondo del fegato e il legamento falciforme. Dalla cupola diaframmatica sale tramite la pleura o tramite la catena centrale. Il collegamento con l’osso ioide è tramite la fascia cervicale media perturbandone la sua fisiologia, a questo livello troviamo dei parametri di torsione importanti e contrapposti avvolte alla fisiologia del nervo ipoglosso. La catena interna mista può perturbare la fisiologia della lingua creando parametri di torsione.

La catena fasciale centrale interna parte dal perineo risale attraverso il peritoneo e tutti i tessuti di sostegno degli organi addominali. Dal  diaframma  risale nell’area mediastinica, coinvolgendo tutti i tessuti di sostegno del pericardio. A questo livello risale tramite la fascia perifaringea. A livello delle cervicali ha connessioni con la fascia cervicale media e profonda. Poi prende contatto con l’osso ioide e il suo stretto rapporto con la deglutizione. Le sue disfunzione tendono a portare verso il basso il corpo della lingua.

Una deglutizione atipica, che spinge i denti fino a provocare il loro spostamento ( open bite ), questa deglutizione va trattata in modo misto con la collaborazione ortodontica e l’osteopatia che cerca di trovare la lesione primaria che ha perturbato la fisiologia della lingua.

Una deglutizione che ha un lieve contatto sulle rughe palatine, ma la lingua nella sua parte media non ha contatto del palato. dal punto di vista medico è una deglutizione che non perturba l’occlusione centrica, visto che la lingua non spinge e sposta i denti. Questo è il caso più comune che può perturbare la prestazione dell’atleta.

Una deglutizione che non spinge correttamente sul palato perturba: il movimento respiratorio primario, la respirazione, la postura e l’equilibrio.

Perché?

Durante la deglutizione la lingua spinge sul mascellare superiore, questa spinta induce in modo indiretto sia  l’etmoide e lo sfenoide, attraverso le ali pterigoidee. Queste spinte mettono in moto la sinfisi sfenobasilare.

La spinta della deglutizione sul mascellare superiore ci permette di respirare meglio delle ossa nasali, nello sport è fondamentale una buona respirazione specialmente nella resistenza.

Un non corretta deglutizione tende a richiedere un compenso cervicale e nel tempo la testa si porta in avanti e può essere una delle cause della perdita della lordosi cervicale, ma non è l’unica causa.

Durante la deglutizione si ha una stimolazione dei nuclei del nervo ipoglosso, del facciale e del trigemine, che inviano afferenze al nucleo di Deiters, anche detto nucleo vestibolare laterale. Il centro sovraspinale più importane per il controllo posturale è il nucleo di Deiters. Il fascio vestibolo-spinale laterale hanno origine dal nucleo vestibolare laterale di Deiters

Il nucleo vestibolare laterale cerca di mantenere il centro di gravità tra i piedi (nella stazione eretta) o appena di fronte ai piedi (nella locomozione) e di mantenere la testa orizzontale. I fasci vestibolospinali durante il cammino svolgono un’attività selettiva nei confronti dei motoneuroni del quadricipite che segna il passo.

I soggetti che non tendono a non spingere sul palato con la lingua avranno problemi in molti gesti atletici per esempio: avranno pessime partenza nelle gare di nuoto, per colpire di testa abbiamo bisogno della stabilizzazione delle cervicali tramite la deglutizione, saltare a cavallo, stare sulle punte nella danza classica, durante le discese in bicicletta e molti altri casi.

L’affaticamento dell’equilibrio sarà compensato con un aumento del tono concentrico dei muscoli e il quadricipite ne è per eccellenza la vittima.

Concludendo se vogliamo ottenere una ottime prestazione atletica bisogna non trascurare la deglutizione.

La lingua compare nello sviluppo dell’embrione tra la quarta e la quinta settimane, sotto la forma di due rigonfamenti laterali e uno mediano. La maggior parte dei muscoli della lingua è derivata dai mioblasti provenienti dai somiti occipitali innervati dal nervo ipoglosso, primo arco faringeo.

Losviluppodellafunzionedellalinguanelperiodofetalehaquesta successione:ilprimodituttièilrifessodisuzionecheègiàpresentedalla 10°settimanadivitauterina;alla13°settimanailfetoiniziaadeglutire;al5° meseiniziaasucchiareildito.Il tronco encefalico ha il controllo neurofsiologico della mobilità della lingua già dal 60° giorno di vita intrauterina. Nei primi anni di vita la deglutizione ha una fsiologia atipica intorno ai 6/7 anni con la comparsa dei molari defnitivi si trasforma in deglutizione tipica.

Quale movimento è fsiologico della deglutizione, quale movimento della deglutizione si può considerare una disfunzione osteopatica e quale è patologico, quindi una deglutizione atipica.

Il movimento fsiologico della deglutizione, la punta della lingua ha contatto con le pliche palatine, la porzione mediana della lingua ha contatto con il palato duro; la porzione posteriore assume un ‘angolazione di 45°contro la parete faringea per permettere alla saliva e il bolo alimentare di procedere verso l’apparato digerente, in questa condizione di deglutizione non avviene un compenso della curva cervicale. Durante questo processo i muscoli elevatori della mandibola sono contratti, determinano il contatto dei molari, i muscoli dell’espressione facciale non vengono usati durante l’atto della deglutizione.

Quando è presente uno stato di disfunzione osteopatico della deglutizione non avviene la seconda parte del movimento, ovvero la spinta della lingua sul palato duro, quindi si creano i compensi durante la deglutizione e si utilizza abbondantemente le vertebre cervicali, creando un movimento d’estensione della testa. Ci sono molte cause che perturbano la fisiologia

della deglutizione: i fattori neurologici, le disfunzione del sistema fasciale e i fattori emotivi. Se questa disfunzione è già presente nei primi anni di vita, ovvero assenza di spinta della lingua sul palato duro, non permetteremo al mascellare superiore di sviluppare e avremo una arcata dentale superiore stretta, avvolte affollata, con un palato molto ogivale. Oltre a perturbare lo sviluppo della arcata superiore, sarà perturbato l’equilibrio, come il sistema viscerale, che tenderà ad andare in ptosi nel tempo e la fsiologia delle cervicali.

La deglutizione atipica è un quadro patologico la lingua è ancora più bassa durante la deglutizione e spinge sulle arcate dei denti, questi si spostano e si crea un open byte, anche per questo caso le cause sono le stesse precedentemente descritte, in certi casi possano anche esseri disfunzionali i muscoli espressivi, per esempio il labbro inferiore è tenuto dal bambino tra le due arcate e questo sposterà gl’incisivi centrali superiori in avanti.

La spinta della lingua sul mascellare superiore ne condizionerà il suo sviluppo nei primi anni di vita, le ossa della faccia si sviluppano dopo quelle della base cranica e della volta cranica. Questa spinta è fondamentale per lo sviluppo dell’arcata superiore e per la respirazione, bisogna ricordare che le ossa del viso sono spesso vittima di traumi intra uterini e parto, l’asse antero- posteriore del neonato subisce una forte compressione durante il parto e si creano delle disfunzioni osteopatiche del mascellare superiore e dell’occipite, che poi condizionano le funzioni relative e il loro sviluppo.

La maggior parte degli autori considera che le disfunzioni della lingua siano determinati dall’innervazione motoria, ma non condivido.

Ladeglutizioneèunaazioneinconsciaèdeterminatadall’esigenzadidefuire lasalivaeilciboversol’esofago,avvienecircaogni30secondinellavegliae

unavoltaalminutonelsonno,piùomenodalle1600-2000voltenell’arco delle24ore.

La lingua nella deglutizione imprime una forza sul palato che varia da un minimo di 700 gr. ad un massimo di 3000 gr. nella deglutizione forzata. Se consideriamo una media di 1800 gr. circa e si moltiplicano per 2000, il risultato è che 3.600.000 gr. di pressione intermittente si scaricano sul palato e sui denti nelle 24 ore.

Con questa spinta applicata sul palato correttamente aiuteremo lo sviluppo delle ossa della faccia e le loro funzioni, tipo respirazione e sviluppo del mascellare superiore e quindi dell’arcata superiore. Specialmente nei primi anni di vita del bambino, se tutto questo non avviene il suo sviluppo ne sarà condizionato per sempre e non sarà suffciente le spinte di una terapia ortodontica a cambiare in palato ogivale in palato piatto. La lingua è il migliore apparecchio ortodontico che esiste se lavora la lingua lavora correttamente. Molti autori considerano la disfunzione linguale sia causata solo da una turba neurologica, successivamente tratteremo quale altri motivi perturbano la fsiologia della deglutizione.

Le funzione linguali sono: il rifesso di suzione, la deglutizione, la respirazione, la masticazione, la fonazione e l’equilibrio.

Analizziamo le possibile disfunzioni osteopatiche che creano delle problematiche neurologiche della deglutizione.

Prima di tutto cerchiamo di capire cosa avviene se dei tessuti molli comprimano un nervo in modo continuo, si crea un edema del sistema vascolare intrinseco del nervo stesso e questo perturberà la funzionalità delle fbre sensoriali o motorie, nel caso delle fbre motorie del nervo si inizierà a dare delle non corrette stimolazioni hai muscoli innervati, questo farà lavorare i muscoli in modo concentrico, creando alla lunga anche attivazioni dei trigger poins. Iniziamo a descrivere i nervi che lavorano nella deglutizione, descrivendo la loro funzione e i loro punti deboli di possibile compressione determinata dai tessuti molli o ossei .

ll nervo trigemine terza branca mandibolare ha come funzione quella di stabilizzare la deglutizione con la contrazione dei muscoli di chiusura della

mandibola nel momento della deglutizione, non perturba la fsiologia della deglutizione.

Il nervo facciale innerva i muscoli sopra ioidei e sotto ioidei, i muscoli ioidei sono attivi nella deglutizione e nell’apertura massimale della bocca, una delle più consuete disfunzioni di questo nervo è determinata dalle otiti, che crea una positività del nervo facciale presente nel condotto uditivo. Quando questo avviene il tono dei muscoli ioidei e quelli della mimica inizieranno a lavorare in modo concentrico. La funzione della deglutizione ne sarà perturbata, ma anche la mandibola che può deviare nel movimento di massima apertura, dal lato del nervo facciale che ha iniziato a lavorare non correttamente.

Il nervo ipoglosso, che innerva i muscoli della lingua, passa dal canale dell’ipoglosso a livello delle masse laterali dell’occipite, questa zona occipitale è soggetta ad andare disfunzione somatica già nella vita uterina, i momenti più critici sono l’ultimo mese e nel parto. Durante il parto le masse laterali dell’occipite vengono usate come fulcro per la rotazione del bambino, l’uscita del neonato più comune è in senso orario ed le masse laterali di sinistra creano una compattazione del canale del nervo ipoglosso, questa disfunzione crea la compressione del canale del ipoglosso e la sua perturbazione della sua fsiologia. Per questo motivo la lingua i più dei casi spinge su gli incisivi di sinistra.

La parte viscerale del collo è innervata dal glosso-faringeo e dal vago, i quali innervano la muscolatura involontaria della faringe e dell’esofago, che perturbano direttamente il movimento della cartilagine cricoidea, qui si inseriscono i muscoli sotto ioidei. Le patologie della laringe perturberanno la fsiologia della deglutizione, come anche il refusso esofageo, in questi casi il movimento fsiologico della cartilagine cricoidea sarà perturbato, quindi anche quello della deglutizione, anche le corde vocali dovranno compensare, come pure delle cervicali. Un altro attore che limita il movimento della cartilagine cricoidea è il bronco destro.

Le correlazioni fasciali in relazioni alla deglutizione.

Le disfunzioni ascendenti fasciali perturbano la fsiologia della deglutizione, le fssazioni fasciali dei tessuti di sostegno delle visceri della gabbia toracica tendano facilmente a perturbare la mobilità dell’osso ioide e della cartilagine

cricoidea.

La catena fasciale interna periferica e mista, che avvolge i tessuti interni della gabbia toracica, fascia endotoracica, pleura e duomo pleurico, hanno correlazione con la fascia cervicale media che s’inserisce sull’ioide, quindi una patologia polmonare o dei bronchi creerà una fssazione dei tessuti e tenderà a creare una deviazione dell’osso ioide e anche della lingua in direzione omolaterale alla disfunzione viscerale.

Nel caso che ci siano delle disfunzioni dell’area mediastinica la correlazione con la lingua sarà di abbassare il suo corpo della lingua e mancherà la spinta della lingua sul palato duro, i punti di disfunzione più comuni sono i fogli fasciali tra la pleura e il mediastinico, ma anche un esofago in è soggetto a rifusso.

Aspetti emozionali.

Regressioni comportamentali di un fratello maggiore in relazione della comparsa di un fratello minore, con una differenza tra di loro di 2/4 anni. Spesso succede che il fratello maggiore piglia gli atteggiamenti del fratello minore portando la lingua in basso e parzialmente in fuori. Il fratello maggiore lo imita per avere le stesse attenzioni che sua madre da al minore.

Il mascellare superiore, l’arcata dentaria e gli adattamenti della lingua.

La lingua con i suoi muscoli intrinseci si adatta all’arcata dentaria superiore e allo spazio che gli viene concesso per riempire la cavità. Le strutture delle ossa della faccia durante il parto vanno in disfunzione, specialmente nei travagli molto lunghi, in questi casi le ossa della fascia vanno in disfunzione, il loro sviluppo sarà perturbato dalle loro disfunzioni. Spesso sarà compromessa la respirazione nasale e il bambino abbasserà la lingua per respirare a bocca aperta. Perdendo la spinta della lingua sul palato si avranno sicuramente problematiche di tipo ortodontiche. La zona del pre mascellare e post mascellare se disfunzionali e non correte con l’osteopatia, ovviamente trattati nei primi anni di vita o con l’ortodonzia, la lingua si adatterà alla conformazione degl’incisivi e avvolte la lingua ha uno aspetto

un po’ squadrato.

Compensi posturali dell’osso ioide e della mandibola in relazione all’equilibrio.

E’ molto comune incontrare soggetti che hanno un’anteposizione della testa con rigidità delle cervicale e anche della parte anteriore collo. In questi casi il paziente ha un’appoggio posteriore sul calcagno, perchè avviene questo? L’attore principale è il cervelletto, che porta all’indietro il corpo del paziente e per mantenere la posizione eretta le curve delle cervicali e lombari, cercheranno di compensare e creeranno delle disfunzioni. Analizzando le cervicali si creano delle fissazioni dello ioide e la cartilagine cricoidea, questi strutture saranno più posteriori e in relazione con la deglutizione abbasseranno il corpo della lingua e la punta avrà contatto solo le pliche palatine. Tutto questo porterà a scarso equilibrio.

Prima di iniziare qualsiasi trattamento, è necessario studiare e comprendere le caratteristiche posturali del paziente. La prima fase è chiaramente l’osservazione, che permette di capire a quale biotipo appartiene il paziente e di localizzare i suoi fulcri nel suo corpo. Stabilire il biotipo di appartenenza è la premessa per elaborare la strategia più efficace per intraprendere il trattamento, partendo da un’analisi attenta della costituzione, del temperamento e dei tessuti dominanti.

Partendo dal concetto di “costituzione”, che è determinata da fattori quali le componenti morfologiche, fisiologiche (metaboliche funzionali) e psicologiche – che si influenzano vicendevolmente tra loro – possiamo individuare tre biotipi: l’ectomorfico, l’endomorfico, il mesomorfico. Prendendo spunto dalla medicina cinese, i medici si sono avvalsi di questa metodologia per capire meglio il paziente.

L’analisi della costituzione permette la comprensione delpeculiare dinamismo psico-fisico del paziente, e conseguentemente di prevedere e prevenire la comparsa di disfunzioni e di eventuali patologie. Patologie che coinvolgono diversi organi o apparati per le quali si può essere più o meno predisposti a seconda, appunto, della propria costituzione.

Le caratteristiche del biotipo tenderanno a creerà dei fulcri nella struttura del paziente e la stasi dei fluidi. Proprio per la sua predisposizione.Conoscendo il biotipo del paziente è possibile praticare un trattamento di prevenzione e ottenere una migliore omeostasi del paziente. Presenteremo i vari metodi di individuazione della costituzione corporea.

Il modello costituzionale di Ippocrate: approccio umorale.

Ippocrate nel V secolo a.c. estese la dottrina dei quattro elementi fondamentali (Aria, Fuoco, Terra e Acqua) alla natura umana introducendo la teoria dei quattro umori, secondo la quale quattro umori base (flegma, sangue, bile nera e bile gialla) governano il corpo umano determinandone lo stato di salute o di malattia. Dopo varie elaborazioni di questa teoria, nella metà del XIX secolo venne definita questa classificazione dei temperamenti (comprensivi della fisicità) tutt’ora adottata: TEMPERAMENTO LINFATICO:si riferisce ad un individuo corpulento, tendente all’obeso, beato, calmo, lento, pigro in cui prevale la funzione nutrizione. TEMPERAMENTO SANGUIGNO: si riferisce ad un individuo normale, rubicondo, allegro, attivo e mobile, tendenzialmente instabile in cui prevale la funzione riproduzione. TEMPERAMENTO NERVOSO:si riferisce ad un individuo magro, debole, pallido, triste, avaro, con frequenti inibizioni in cui prevale la funzione ricettività. TEMPERAMENTO BILIOSO:si riferisce ad un individuo di bel colore, non equilibrato, irascibile, permaloso, forte, con tendenza all’eccitazione in cui prevale la funzione reattività.

Il modello di Vannier: approccio psico-somatico.

La medicina omeopatica ha l’esigenza di procedere verso un’analisi costituzionale che, partendo sempre dalle caratteristiche morfologiche, fisiologiche e psicologiche, conceda di classificare il terreno dell’individuo su cui la malattia ha possibilità di insediarsi, cioè la tendenza potenziale di un individuo a contrarre determinate malattie. La classificazione delle costituzioni:

COSTITUZIONE CARBONICA:corrisponde al brachitipo, cioè ad un soggetto che ha gli arti più corti rispetto al tronco, mani tozze e grosse, viso tondo, denti quadrati, rigidità muscolare, tendenza a svilupparsi più in larghezza che in altezza, tendenza a trattenere liquidi, all’obesità. E’ ordinato, tenace, lento, freddoloso, goloso, ama mangiare.

Le predisposizioni costituzionali del bambino sono le malattie infiammatorie della pelle (eczema, prurito, orticaria), dell’apparato respiratorio (laringite, tracheite, bronchite), dell’apparato gastroenterico (enterite, gastroenterite), dell’apparato urogenitale (cistite, uretrite, prostatite, vaginite, vulvite) e di quelle a carico dell’occhio (congiuntivite, blefarite). Nell’età matura le predisposizioni sono le malattie reumatiche (artrite, artrosi) e quelle degenerative verso la sclerosi (arteriosclerosi, aterosclerosi, sclerosi a carico del fegato, pancreas, rene, cuore, encefalo). Può soffrire di tromboflebiti, alterazioni del ricambio con ipercolesterolemia, diabete, obesità. Si associa al temperamento linfatico.

COSTITUZIONE SULFURICA:corrisponde al normotipo, cioè ad un soggetto con corporatura armoniosa, altezza e peso medi, muscolatura ben sviluppata e tonica, mani e dita ben proporzionate. Ha una buona resistenza allo sforzo, è dinamico, attivo, sportivo, creativo, socievole, ma a volte instabile e volubile. Manifesta tendenza all’autointossicazione per accumulo di tossine. In genere gode di buona salute anche se le patologie cui va incontro sono quelle a carico del sistema cardiocircolatorio e respiratorio e problemi di pelle (dermatiti, dermatosi, orticaria, punti neri, acne, pustole, ecc), in quanto elimina attraverso la cute le tossine che i suoi organi emuntori non riescono a smaltire. Si associa al temperamento sanguigno. Altri autori rappresentano questa costituzione con due biotipi: il “sulf­urico grasso”, la cui costituzione pur rimanendo prevalentemente sulfurica si avvicina a quella carbonica e il “sulfurico magro” (o “muriatico”) che si avvicina a quella fosforica.

COSTITUZIONE FOSFORICA:corrisponde al longitipo, cioè ad un soggetto snello, alto, slanciato, elegante, con arti lunghi e muscolatura ipotrofica, torace esile, viso triangolare e allungato, colorito pallido. E’ freddoloso, manca di vigore, si stanca facilmente, ma recupera velocemente le energie perché si sa risparmiare. Soffre di pressione arteriosa bassa che si innalza solo a causa dell’emotività E’ un intellettuale, ipersensibile, emotivo, idealista, ci tiene all’estetica, malinconico, depresso, preoccupato della sua salute. Le predisposizioni morbose sono distonia neurovegetativa, malattie del sistema nervoso, problemi a carico dell’apparato respiratorio per l’insufficienza toracica (faringite, bronchite, asma, pertosse, ecc.), malattie reumatiche, scoliosi, piedi piatti, atonia gastrica e intestinale con conseguenti disturbi gastroenterici, colite, stitichezza. Si associa al temperamento nervoso.

COSTITUZIONE FLUORICA:corrisponde ad un soggetto con asimmetria pronunciata e irregolarità morfologica del fisico, magro, dita allungate e sottili, con scheletro decalcificato, ipotonia muscolare, fragilità e lassità dei legamenti. E’ paragonabile all’acrobata per la capacità di assumere posture particolari. E’ molto intelligente, ma instabile, reagisce in modo imprevedibile ed estemporaneo, è cioè il classico genialoide. Le predisposizioni morbose sono instabilità psichica tendente alla paranoia, scoliosi, sclerosi, osteoporosi, carie dentali, problemi a carico delle articolazioni (distorsioni, lussazioni), lombalgie, ptosi di stomaco, rene e utero, ernie congenite, varici, emorroidi. Diversi autori non annoverano questa costituzione tra quelle di base (si limitano a considerare solo le prime tre), in quanto sarebbe un’espressione patologica derivante dalla costituzione fosforica, corrispondente cioè al longitipo maggiormente astenico.

Il modello di Pende: approccio endocrinologico.

Si deve al medico endocrinologo italiano Nicola Pende (1880-1970) un’analisi della costituzione in cui questa viene rintracciata la connessione tra le caratteristiche morfologie, fisiologhe e psicologiche e le funzioni endocrine degli organismi umani, gettando così le basi per l’introduzione dell’endocrinologia costituzionale. In altri termini viene osservato come il funzionamento delle ghiandole endocrine può agire sull’aspetto fisico e sulla disposizione psicologica del singolo individuo. Secondo Pende la costituzione è la risultante morfologica, fisiologica e psicologica, variabile da individuo a individuo, delle proprietà di tutti gli elementi cellulari ed umorali del corpo e delle loro combinazioni, determinata dalle leggi dell’ereditarietà ed accessoriamente dalle azioni perturbatrici esercitate dall’ambiente.

La scuola di Pende descrive pertanto quattro quadri endocrini corrispondenti ad altrettante costituzioni:

BREVILINIO ASTENICO: caratterizzato da uno scarso funzionamento della tiroide (ipotiroidismo), della corticale del surrene (ipocorticosurrenismo) e delle ghiandole sessuali (ipogonadismo). Corrisponde al biotipo carbonico o al biotipo linfatico.

BREVILINIO STENICO: caratterizzato da un aumentato funzionamento della corticale del surrene (ipercoticosurrenismo). Corrisponde al biotipo sulfurico grasso o al biotipo sanguigno.

LONGILINEO ASTENICO: caratterizzato da un aumentato funzionamento della tiroide (ipertiroidismo) e della midollare del surrene (ipermedullosurrenismo), ma da uno scarso funzionamento della corticale del surrene (ipocorticosurrenismo). Corrisponde al biotipo fosforico o al biotipo nervoso.

LONGILINEO STENICO: caratterizzato da un aumentato funzionamento sia della midollare che della corticale del surrene (ipersurrenismo). Corrisponde al biotipo sulfurico magro (muriatico) o al biotipo bilioso, anche se quest’ultima corrispondenza è un po’ forzata, è solo didattica, in quanto il biotipo bilioso può associarsi a qualsiasi costituzione.

Il modello di Martiny: approccio embriologico.

Il medico francese Marcel Martiny (1897-1982), il più brillante dei discepoli di Pende, introduce un’analisi costituzionale di tipo embriogenetico che cerca di dare una risposta riguardo le origini dei segni morfologici, fisiologici, neuroendocrini, psicologici che caratterizzano il biotipo. Secondo Martiny la costituzione di ciascun individuo dipende dallo sviluppo del disco germinativo e quindi dei foglietti embrionali che daranno origine, differenziandosi, a tutte le strutture dell’essere umano. Nelle prime tre settimane di gestazione, in seguito al processo di gastrulazione, si sviluppa il disco germinativo composto da tre strati sovrapposti di cellule, i foglietti embrionali, da cui avranno origine i diversi organi e apparati.

Il primo foglietto, quello più profondo, è l’endoblasto da cui si originano bocca, esofago, stomaco, intestino tenue, intestino crasso, retto, ano, fegato, pancreas, timo, prostata, epitelio dei bronchi, mucose degli organi interni, ecc.

Il secondo foglietto embrionale, quello in posizione centrale, è il mesoblasto da cui si originano cuore, vasi sanguigni, muscoli, polmoni, corticale del surrene, ipofisi anteriore, scheletro, ovaie, testicoli, elementi corpuscolati sia del sangue (globuli bianchi, globuli rossi e piastrine) che della linfa (linfociti), ecc.

Il terzo e ultimo foglietto, quello più esterno, è l’ectoblasto da cui si originano pelle, cervello, nervi, midollare del surrene, ipofisi posteriore, retina, ecc.

La predominanza nello sviluppo di un foglietto embrionale sugli altri determina un’esuberanza dei rispettivi organi di appartenenza e di conseguenza l’origine di tre costituzioni, cui si aggiunge una quarta quando i tre foglietti si trovano in una situazione di perfetto equilibrio. Più precisamente le costituzioni umane secondo Martiny risultano essere:

ENDOBLASTICA:nella quale prevale il foglietto endoblasto. Corrisponde al brevilineo astenico o al carbonico o al linfatico.

MESOBLASTICA:nella quale prevale il foglietto mesoblasto. Corrisponde al brevilineo stenico o al sulfurico grasso o al sanguigno.

ECTOBLASTICA:nella quale prevale il foglietto ectoblasto. Corrisponde al longilineo astenico o al fosforico o al nervoso.

CORDOBLASTICA:nella quale si ha l’equilibrio in quantità dei tre foglietti embrionali. Corrisponde al longilineo stenico o al sulfurico magro (muriatico) o al bilioso. Quest’ultima corrispondenza, lo ripetiamo, è un po’ forzata in quanto il biotipo bilioso può associarsi a qualsiasi costituzione.

 

Il modello di Sheldon: i Somatotipi.

ISomatotipidi Sheldon rappresentano una classificazione del 1940 ideata William H. Sheldon. psicologo e medico statunitense . Negli anni cinquanta e sessanta, altri studiosi perfezionarono e approfondirono i principi di Sheldon furono Richard W. Parnell, e Barbara H. Heath e J.E. Lindsay Carter, creando metodi di misurazione antropometrica per stabilire l’appartenenza di un soggetto a un determinato somatotipo.

Sheldon teorizzò laPsicologia costituzionale,scienza che collega le diverse costituzioni con i tipi di temperamento. Sheldon sostenne che il corpo umano doveva essere classificato in base al contributo relativo di tre elementi somatici fondamentali, dal nome dei tre foglietti embrionali: l’endoderma (da cui si sviluppa l’apparato digestivo e respiratorio), il mesoderma (da cui origina il muscolo scheletrico, il cuore e i vasi sanguigni), e l’ectoderma (da cui origina la pelle e il sistema nervoso).

Nel suo libro del 1954, Atlas of Men: A guide for somatotyping the adult man at all ages,Sheldon classificò tutti i possibili biotipi secondo una scala da 1 a 7 per ciascuno dei tre modelli “somatici”, dove il puro “endomorfo” è 7-1-1, il puro “mesomorfo” 1-7-1 e il puro “ectomorfo” 1-1-7. Sheldon fu il primo a coniare la definizione somatotipo,che però nel contesto nella biotipologia può essere sostituito da questi altri termini in maniera interscambiabile.

Endomorfo: caratterizzato da un aumentato deposito di grasso, una vita larga e una struttura ossea robusta. L’endomorfo è maggiormente predisposto ad immagazzinare grasso, dunque i gradi di appartenenza all’endomorfismo delineano la tendenza all’accumulo di lipidi di un soggetto.

Mesomorfo: caratterizzato da ossa di medie dimensioni, tronco solido, bassi livelli di grasso corporeo, spalle larghe a vita stretta, solitamente denominato tipo muscolare. Il mesomorfo è tendenzialmente predisposto a sviluppare la muscolatura, ma non ad immagazzinare grasso, e i gradi di appartenenza al mesomorfismo delineano la tendenza allo sviluppo muscolare di un soggetto.

Ectomorfo: caratterizzato da muscoli e arti lunghi e sottili e un ridotto accumulo di grasso, di solito indicato come sottile. L’ectomorfo non è predisposto ad immagazzinare grasso o a costruire muscolo, quindi i gradi di appartenenza all’ectomorfismo delineano la tendenza al mantenimento di un corpo sottile, magro, poco muscoloso, e longilineo di un soggetto. Sono quindi state formulate delle classificazioni sulle rispettive tendenze psichiche di questi modelli, che a seconda delle componenti prevalenti, possono essere distinti in emotivo, nominato come viscerotonico (relativo all’endomorfo), attivo, chiamato somatotonico (relativo al mesomorfo), passivo, chiamato cerebrotonico (relativo all’ectomorfo).

Secondo Sheldon queste caratteristiche tuttavia non si presentano così specificamente definite. In realtà, le componenti costituzionali risultano ampiamente variabili, individuali, complesse, mutabili o continue, pertanto questi modelli biotipologici rappresentano un’estrema semplificazione indicativa. Questi tipi non corrispondono dunque a nessun individuo reale e concreto. I biotipi puri sono molto rari, mentre la maggioranza degli individui è caratterizzata da valori di appartenenza misti, dal lato psicologico, possono servire a far comprendere a grandi linee le relazioni tra le dimensioni dell’organismo e le personalità degli individui. Non a caso la scala di classificazione che cataloga l’appartenenza di un individuo a questi biotipi prevede una grande varietà di possibili modelli che risulta molto precisa e individualizzata.

Conclusioni.

I modelli costituzionali esposti a mano a mano che si sono succeduti nel tempo sono diventati sempre più ricchi e completi.

Si parte dal modello risalente a Ippocrate basato sulla teoria dei quattro umori.

Si passa per il modello di Vannier basato sull’analisi dei caratteri fisici e psichici

Si passa ancora per il modello di Pende basato sull’analisi delle funzioni endocrine

Si giunge infine al modello di Martiny basato su un’analisi di tipo embriogenetico

In fine il modello di Sheldon, che è molto simile a quella di Martiny, ma che esclude la costituzione Cordoblasta.

Tali modelli, anche se partono da considerazioni ed approcci diversi, presentano tutti delle evidenti similitudini e convergenze che non fanno altro che confermare la validità dei metodi adottati.

Le corrispondenze tra i diversi modelli costituzionali trattati sono riportate nello schema. La costituzione umana, qualunque sia l’approccio con cui viene individuata, deve intendersi l’insieme dei caratteri morfologici, fisiologici (metabolici-funzionali) e psicologici di un individuo in grado di influenzare la sua reattività. Tali caratteri, legati prevalentemente all’ereditarietà e poco condizionati dall’ambiente, rendono gli individui tutti diversi tra di loro, soprattutto nell’aspetto esteriore. Lo studio delle costituzioni umane assume un notevole interesse clinico, perché consente di ricavare informazioni indispensabili sulle caratteristiche del cliente e sulle sue predisposizioni patologiche.

Dal punto di vista osteopatico , un analisi del biotipo ci permette già di capire quale metodica osteopatica prediligere a secondo della morfologia del paziente.

L’endoblatico è un paziente che con il passare degli anni avrà stasi linfatica e le metodiche da prediligere saranno il viscerali dell’addome ed endocrine, per via di un metabolismo lento.

Il mesodermico è un paziente che si deve prestare attenzione all’apparato respiratorio, ai polmoni, alla pleura e ai bronchi; Nella fase di ispirazione si ha un tendenza all’eccitazione eccessiva dell’endocrino, della parte midollare delle surrenali e della tiroide.

Ne paziente ectoblastico domina il sistema nervoso centrale.

I tre foglietti embrionali.

Data la loro importanza, veniamo dunque a definire con maggiore attenzione i foglietti embrionali, ai quali abbiamo accennato precedentemente.

Intorno al nono giorno dello sviluppo, l’embrione si trova completamente sprofondato nella membrana uterina. La placenta inizia a formarsi intorno al 10 giorno, questa struttura fa da tramite tra l’embrione e la madre. L’insieme di parti di cui la placenta è costituita è la struttura necessaria allo scambio di nutrimento tra la madre e l’embrione.

Al decimo giorno il piccolo embrione si presenta come un minuscolo dischetto, costituito della sovrapposizione di due foglietti dettiEctoderma(o foglietto esterno) ed Endodermao foglietto interno; in un secondo tempo si svilupperà un terzo foglietto, il Mesoderma(o foglietto medio). Queste tre componenti sono chiamate anche “foglietti germinali primitivi”.

Le cellule di ogni foglietto continuano poi a differenziarsi, dando così origine a vari organi specifici ed ai sistemi.

Questi tre foglietti embrionali rappresentano il riassunto dell’evoluzione biologica, che ha permesso ad una semplice cellula di diventare una organismo assai complesso:l’organismo umano. Vediamo ora nel dettaglio ogni singolo foglietto.

Endoderma ( foglietto interno ).

Simbolicamente rappresenta la vita vegetativa, dà infatti origine agli organi del nutrimento ed assimilazione (mucose dell’apparato digerente e respiratorio).

Da questo foglietto si originano molte ghiandole e il rivestimento interno di molte cavità, ma anche l’apparato respiratorio, bocca (ma non la parte finale che deriva dal foglietto ectodermico), naso, faringe, laringe, trachea, bronchi, polmoni. Anche l’apparato digerente, bocca, esofago, stomaco, fegato, pancreas, cistifellea, duodeno, intestino tenue, intestino cieco, intestino crasso, retto (ma non la sua parte finale che deriva dal foglietto ectodermico, proprio come la bocca) si formano qui. Uno sviluppo prevalente di questa parte rispetto alle altre determina la nascita di individui definiti a morfologia endoblastica o flemmatica.

Il mesoderma (foglietto medio).

È il punto di origine di molti organi ed anche per le strutture che supportano i tessuti formati dall’ectoderma e dall’endoderma. Rappresenta, simbolicamente, il dinamismo del mondo animale; da esso originano infatti gli organi del movimento e dell’attività in genere, come l’apparato scheletrico e le ossa (fatta eccezione per alcune della testa, cartillagini, tendini, aponeurosi, membrane (dura mater, fascia in generale, articolazioni);

Anche lo sviluppo dell’apparato muscolare ha sede in questa area. Vengono formati infatti i muscoli (striati e lisci), l’apparato cardiovascolare, il sangue, il cuore, i vasi sanguigni; ma anche l’apparato linfatico, vasi linfatici, nodi linfatici, la milza (organo prima ematopoietico poi linfoide) e l’apparato genitourinario, gonadi, reni, corticosurreni, ipofisi anteriore; l’apparato fasciale, la matrice cellulare o tessuto connettivo.

È anche il centro di origine per il derma della cute. Lo sviluppo particolare di questo foglietto da origine a individui dalla morfologia mesoblastica o sanguigna.

Ectoderma ( foglietto esterno).

Simbolicamente rappresenta il massimo punto evolutivo nell’organizzazione della materia vivente. Costituisce a tutti gli effetti un intimo collegamento tra il corpo ed il Sistema nervoso, ed è perciò il canale in cui passano tutte le percezioni a livello epidermico, rivestendo con ciò il ruolo di relatore tra l’esterno e l’interno del corpo e viceversa.

La prevalenza di questo foglietto, durante la vita embrionale darà origine ad individui dalla morfologia ectoblastica o nervosa.

È l’ultimo foglietto che si forma. Da esso originano molte delle strutture vicine alla superficie esterna del corpo: dell’apparato tegumentario si sviluppano l’epidermide esterna con i suoi differenti strati, i capelli, le unghie, i peli, lo stomodeo e il proctodeo (apertura della bocca e dell’ano); l’occhio, la cornea e il cristallino (anche i muscoli all’interno dell’occhio sono di origine ectodermica ma sclera e muscoli extraoculari provengono dal mesoderma); l’orecchio interno (quello esterno e quello medio derivano dall’endoderma); il naso,che nasce come ispessimento ectodermico (placodi olfattivi);

-la cavità orale, formata dal foglietto ectodermico e dal tratto iniziale dell’intestino endodermico che si fondono insieme verso la metà della 4° settimana, momento dal quale non é più possibile riconoscere con certezza quali strutture della bocca derivino dall’ectoderma e quali dell’endoderma, smalto dei denti; il sistema nervoso centrale, cervello e midollo spinale; il sistema nervoso periferico, neuroni e cellule gliali.

Comprendere il biotipo ci facilità molto nel capire come intervenire con le tecniche osteopatiche, quali sono i punti deboli del biotipo diventano dei fulcri fisiologici del paziente, ma alla lunga anche delle disfunzioni somatiche. Che troveremo sempre in quel soggetto.

Il nervo e il bulbo olfattivo sono dei recettori collegati a più funzioni del nostro corpo e spesso ci limitiamo a considerare solo la funzione sensoriale dell’olfatto.

Oltre a questa infatti, il nervo olfattivo è anche il primo recettore nervoso della respirazione, avendo la funzione di leggere la quantità di ossigeno che inspiriamo, ma è anche strettamente legato alla funzione sessuale del cervello. Durante questo capitolo cercheremo di capire le correlazioni di questo nervo.

Le cavità nasali

Il naso è l’epicentro, il motore, o meglio la centralina per una corretta respirazione. La sua struttura è soggetta ad avere ripetuti traumi già durante lagravidanza, e più precisamente durante il parto, quando si può avere una forte compressione delle ossa delle faccia e maggiormente nei travagli prolungati; quando le ossa del volto vengono compresse durante il movimento di rotazione che il neonato esegue nell’ entrare nel bacinetto durante il parto.

Durante la vita la faccia è altrettanto soggetta facilmente a trauma.

Questi traumi limiteranno il movimento relativo alle ossa della faccia e quindi anche la funzione respiratoria.

Le cavità nasali sono anfrattuose e ristrette nella loro estensione dall’avanti all’indietro. L’area valvolare (di ingresso) è quella che offre circa il 60% delle resistenze, i turbinati, quando sono ipertrofici, si oppongono al passaggio dell’aria e anche il rinofaringe ha un ruolo di opposizione determinato dalla sua curvatura a 90°: pertanto ciò altera e devia il flusso aereo.

Queste particolarità anatomiche non sono casuali, ma funzionali a compiere le funzioni di:riscaldare, umidificare e filtrare l’aria inspirata.

Il naso funziona, quindi, come un climatizzatore molto evoluto. Respirare dal naso permette la funzione di raffreddamento del cervello, come avviene per il radiatore della macchina. Il passaggio dell’aria nel naso, attraverso le sue aree ristrette, determina accelerazioni e vortici per il filtraggio delle impurità che rimangono adese alla mucosa nasale.

I turbinati, soprattutto quelli inferiori, riscaldano l’aria,la quale riceve anche vapore acqueo e calore corporeo da questi ultimi, riccamente vascolarizzati, tanto da farla pervenire nei polmoni ad una temperatura di 37°C, con un’umidità ottimale e libera da inquinanti.

La centralina nasale è anche quella che stabilisce la quantità di aria che raggiungerà i polmoni; in poche parole regola il flusso d’aria che passa dal naso.La centralina nasale guasta impedisce il funzionamento della caldaia (i bronchi).

Daglistudi di Christina Zelano, assistente professore di neurologia presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine,“c’è una differenza drammatica in attività cerebrale nell’amigdala e nell’ippocampo durante l’inalazione rispetto a espirazione. Quando si inspira, abbiamo scoperto che si stimolano i neuroni nella corteccia olfattiva, amigdala, l’ippocampo e in tutto il sistema limbico”, si attivano quindi anche altre funzioni oltre alle funzione respiratoria e olfattive.

Il nervo olfattivo

Il nervo olfattivo è il primo recettore della cavità nasale e fa parte del primo paio di nervi cranici ed è esclusivamente di tipo sensitivo. La sua origine reale è a livello delle cellule olfattive della mucosa delle fosse nasali. Le sue fibre si raccolgono poi in fascetti di che si dividonoin due gruppi: uno mediale e uno laterale. Quello mediale proviene dalla mucosa olfattiva che riveste il setto nasale; quello laterale dalla mucosa del cornetto nasale superiore. Attraversano entrambi la lamina cribrosa dell’osso etmoide per portarsi al bulbo olfattivo accolto nell’omonima doccia dell’encefalo.

La sua funzione è quella di recepire gli stimoli olfattivi che giungono nelle cavità nasali e trasportarli all’encefalo sotto forma di impulsi elettrici.

Annesso al nervo olfattivo vi è il nervo terminale la cui funzione è ancora incerta, non è implicato nella sensibilità olfattiva e lungo il suo decorso sono disseminate svariate cellule gangliari. Probabilmente ha funzioni che regolano altre fisiologie del nostro corpo.

Gli odori entrano nella cavità nasale attraverso le narici, raggiungono l’epitelio olfattivo, un sottile strato di cellule collocato in un’area ristretta della cavità nasale, compresa tra la parte superiore del cornetto nasale medio, l’intero cornetto nasale superiore e la volta nella parete laterale, mentre sulla parete mediale è presente nella porzione superiore del setto nasale al di sotto della lamina cribrosa.

Una cellula olfattiva è un neurone bipolare dal soma allungato con la superficie apicale (diretta verso la cavità nasale) costituita da un lungo dendrite che si conclude con un nodo olfattivo, dal quale si dipartono numerose ciglia immerse nel muco nasale che funge da mezzo di cattura e diffusione degli odoranti.

Ciascun neurone olfattivo è separato da quello adiacente da cellule di supporto. Le informazioni si proiettano direttamente tramite i loro assoni al bulbo olfattivo, una struttura nervosa posta appena superiormente alla lamina cribrosa dell’etmoide che si continua posteriormente con il tratto olfattivo. Gli assoni entrano nel bulbo olfattivo aggregandosi in piccoli fascetti ricoperti da cellule olfattive di sostegno, che penetrano attraverso i fori della lamina cribrosa formando nel loro complesso il nervo olfattivo, il primo nervo cranico. Nel bulbo olfattivo gli assoni delle cellule olfattive hanno delle connessioni con i dendriti delle cellule mitrali o con quelli delle cellule a pennacchio (neuroni di secondo ordine) formando strutture dette glomeruli. Gli assoni delle cellule mitrali e delle cellule a pennacchio percorrono il tratto olfattivo nella fossa cranica anteriore, alcune sinaptano presso il nucleo olfattivo anteriore per poi proseguire lungo il tratto olfattivo dirigendosi al nucleo del tratto olfattivo laterale o alla stria olfattiva mediale,per poi proiettare alla commissura anteriore.

Altri assoni del tratto olfattivo sinaptano presso il tubercolo olfattivo per poi dirigersi al lobo piriforme (parte del lobo temporale), alla sostanza perforata anteriore, all’ipotalamo, all’uncus, all’amigdala e alla corteccia entorinale (area di Brodmann 28 – 34) tramite un sistema complesso di vie neurali la cui organizzazione e il cui funzionamento è tuttora più oscuro rispetto ad altri sistemi sensoriali. Tra tutti i sistemi sensoriali, l’olfatto è l’unico a non prevedere vie provenienti direttamente dai recettori primari che proiettino al talamo prima di raggiungere una specifica porzione della neocorteccia. La corteccia piriforme, anche definito lobo piriforme, fa inoltre parte dell’archicorteccia e possiede tre strati a differenza dei sei strati della neocorteccia. I suoi diffusi collegamenti con l’archeocorteccia fanno pensare che il senso dell’olfatto sia stato uno dei primi ad essersi sviluppato negli esseri viventi. La corteccia piriforme possiede degli assoni che proiettano al talamo e poi da questo sino ad aree associative della neocorteccia orbitofrontale deputate alla percezione cosciente del dolore. La corteccia entorinale proietta alle formazioni ippocampali, l’amigdala al talamo e all’ipotalamo, deputati alla percezione emozionale dell’odore. Non è chiaro se regioni quali il bulbo olfattivo o la corteccia piriforme abbiano organizzazione somatotopica in rapporto a specifici odoranti o a loro caratteristiche generali.

L’olfatto sessuale

Gli esseri umani presentano un secondo organo nasale, distinto dall’epitelio olfattivo principale, che si chiama organo vomeronasale. Il compito di questo organo è di rilevare alcune sostanze chimiche come i feromoni, che sono in grado di influenzare le reazioni sessuali, riproduttive e sociali di un individuo.

Spesso queste sostanze vengono rilasciate da femmine di una particolare specie e finiscono per attivare, come nel caso dei topi, una risposta pressoché innata da parte dei maschi. Le ricerche hanno evidenziato che i neuroni del sistema vomeronasale spediscono i loro impulsi in una zona del cervello (di controllo delle risposte emotive e dei comportamenti innati) diversa da quella ricevente i segnali dell’epitelio olfattivo (corteccia olfattiva).

La corteccia olfattoria primaria proietta a diverse altre parti del telencefalo, compresi l’amigdala, l’ippocampo, l’ipotalamo, il talamo dorsale e la neocorteccia. Le fibre dirette all’ippocampo e all’amigdala originano principalmente dalla cortecciaperiamigdaloidea e dall’adiacente parte rostrale olfattoria della corteccia entorinale.

Il sistema limbico

Il sistema limbico è una porzione del diencefalo, è costituito da una serie di strutture cerebrali ed un insieme di circuiti neuronali presenti nella parte più profonda e antica del telencefalo, connessi al lobo limbico e correlati alle funzioni fondamentali per la conservazione della specie.

Tale sistema è conservato nella filogenesi, ma non nella funzione, essendo infatti implicato nell’integrazione dell’olfatto, della memoria a breve termine e in funzioni che si fanno più complesse man mano che si sale nella scala filogenetica come le emozioni, l’umore e il senso di autocoscienza che determinano il comportamento dell’individuo. Il sistema limbico svolge anche funzioni come l’integrazione tra il sistema nervoso vegetativo e neuroendocrino.

Nell’uomo il lobo limbico è costituito dall’ippocampo, l’amigdala, i nuclei talamici anteriori e la corteccia limbica che supportano svariate funzioni psichiche come emotività, comportamento, memoria a breve termine, e olfatto.

Nell’ambito dell’olfatto è da ricordare che il sistema limbico condivide con il rinencefalo numerose strutture (corteccia olfattiva primaria, complesso nucleare dell’amigdala e il neostriato ventrale),che donanoquindi una forte interconnessione fra queste due porzioni di encefalo. Nell’uomo però le afferenze olfattive al sistema limbico sono molto marginali essendo maggiori quelle dalle aree associative della corteccia cerebrale, e ciò rende il rinencefalo e sistema limbico due formazioni separabili e con funzioni diverse.

Per quali motivi devono essere trattati osteopaticamente il nervo Olfattivo e il Bulbo olfattivo.

Visto che si tratta il primo nervo cranico vorrei chiarire un concetto fondamentale applicabile a tutti i nervi: le disfunzioni del nervo sono spesso determinate da compressioni tessutali lungo il suo percorso. Molto spesso nei casi cronici di compressione tessutale del nervo, la correzione delle strutture e dei tessuti molli non permette al nervo di tornare alla sua fisiologia ideale e continua a informare a livello sensoriale o sensitivo, a seconda delle sue caratteristiche. Per questo vanno anche trattati gli stessi nervi, in quanto se rimanesseronella loro disfunzione, senza parlare di patologia, continuerebbero a informatizzare il sistema da loro innervato non correttamente e a mantenere le disfunzioni dei tessuti da loro innervati.

L’aspetto sensoriale dei nervi olfattivi è importante da trattare nelle problematiche sensoriali dell’olfatto, ma anche in tutte le patologie delle vie aree e per le problematiche polmonari, associato ad un lavoro strutturale delle ossa della faccia ed al trattamento dei seni aerei.

Le problematiche più comuni sono: le riniti, allergie ai pollini e sinusite.

Il nervo terminale e/o olfattivo hanno funzioni di recettore del sistema respiratorio; la respirazione è una delle funzioni vitali del nostro organismo e l’organismo cerca di compensare per poter funzionare al meglio. Nel difetto tutto il sistema compensa e si contrae per riuscire ad inspirare la quantità maggiore di ossigeno. Come già detto precedentemente le ossa della faccia, se disfunzionali limitano l’entrata dell’aria, il primo compenso si trova subito nella cavità nasale dove i turbinati si contraggano per aspirare più area e nel tempo diventano ipertrofici, più sotto i muscoli scaleni, anche detti accessori inspiratori si adattano contraendosi, e sappiamo che tra il fascio anteriore e medio passa il plesso brachiale e l’arteria succlavia. Questo fenomeno è più evidente in posizione sdraiata e specialmente d’inverno a causa del riscaldamento.

La cupola pleurica si fisserà e sarà facile trovare anche una disfunzione a livello della prima costa in inspirazione e vertebra relativa a causa delle correlazioni fasciali. Tutti i tessuti della gabbia toracica andranno in disfunzione: pleura, polmoni e bronchi. Si può supporre che il paziente abbia avuto delle patologie sulle vie aeree basse, quindi è possibile che sarà primario liberare le disfunzioni craniche chele disfunzioni viscerali.

Recuperandocosa ci ha lasciato scritto John Martin Littlejohn possiamo capire l’importanza di questo circuito (o percorso) disfunzionale: i polmoni sono organi emuntori e se il paziente non svolge una vita all’aria aperta associando delmovimento aerobico, le disfunzioni polmonari creeranno dei problemi al ritorno venoso e linfatico dell’addome.

Torniamo agli adattamenti dei tessuti molli, che s’instaurano dalla difficoltà a respirare dal naso:il nervo olfattivo e il bulbo olfattivo richiederanno tensioni tessutali anche a distanza.

Gli scaleni sono i primi muscoli che si comportano in modo concentrico e tenderanno a comprimere l’arteria succlavia e il plesso brachiale Il duomo pleurico si presenterà doloroso e alto, coinvolgendo la prima costa e avvolte anche la prima vertebra toracica. Qualora vengano coinvolti i tessuti viscerali della respirazione, la pleura non riuscirà a discendere e la zona del recesso pleurico, che coinvolge le ultime coste perderà la mobilità, anche il drenaggio dei polmoni ne sarà coinvolto, i polmoni e specialmente i bronchi andranno in disfunzione.

Passando alla cavità addominale, l’emicupola diaframmatica avrà difficoltà a discendere, lo psoas, che è strettamente collegato ad un altro organo emuntore il rene, e anche il quadricipite si adatteranno alla problematica della respirazione contraendosi in modo concentrico. Peril diaframma, lo psoas e il quadricipite possono esserci altre concause che creano una contrazione concentrica di questi muscoli , attivandone i trigger point. La rotula andrà in compressione. Discendendo saranno coinvolti la membrana intraossea e la fascia plantare.

Già dei millenni fa nello yoga era stato capito i compensi motori in relazione alla inspirazione.

Questo percorso disfunzionale si instaura probabilmente perché la difficoltà a respirare dal naso richiederà ai tessuti molli a distanza una tensione tessutale maggiore di adattamento.

Se il quadricipite si contrae la rotula andrà più facilmente in compressione causando eventualmente dolore al ginocchio.

In breve siamo passati da una problematica respiratoria a un problema apparentemente ortopedico.

Il nervo olfattivo entra in gioco anche nel meccanismo della deglutizione.

La lingua spinge sulle pliche palatine e poi sui 2/3 anteriori del palato, la deglutizione viene eseguita 2 volte il minuto di giorno e una volta il minuto durante il sonno ed è una attività che coinvolge più nervi cranici.

I nervi che regolano l’attività motoria sono: l’ipoglosso, il facciale, il trigemino, il glossofaringeo e il vago. Questa spinta sul palato, che è fondamentale per molte attività del nostro organismo: respirazione, equilibrio, spinta cinetica del movimento cranio sacrale, viene registrata dal primo nervo cranico.

Per capirne il meccanismo dobbiamo prendere in considerazione che: il nervo olfattivo è il primo recettore sensitivo di quello che avviene meccanicamente all’interno della bocca, ovvero la spinta della lingua sul palato.

La lingua è in continuità con i tessuti di sostegno viscerale, ovvero le catene fasciali interne

La catena meningea (cranio-sacrale) e le catene fasciali interne (viscerale) s’incontrano nella cavità buccale e nel pavimento pelvico.

Un buon equilibrio tra di loro è fondamentale per la nostra salute.

Quindi una disfunzione della deglutizione, che non è solo perturbata da fattori neurologici, ma anche da fattori di tipo fasciale ascendente, altererà la respirazione e il nervo olfattivo riceverà questa informazione.

Si andrà ad instaurare una deglutizione disfunzionale che spinge solo sulle pliche palatine e non sulla parte anteriore del palato e non permettendo di respirare a sufficienza, creerà compensi sul sistema respiratorio come precedentemente descritto.

Nel caso di deglutizioni atipiche vanno corrette associando anche la correzione ortodontica dell’openbite.

Infine, parliamo ancora dell’organo vomero-nasale, struttura strettamente collegata al sistema limbico e neuroendocrino, come precedentemente abbiamo trattato con l’olfatto sessuale.

La fisiologia dell’apparato riproduttivo è strettamente regolata dal sistema neuroendocrino e dal sistema limbico, che ne regola la sua fisiologia e mobilità.

Una perdita di mobilità e motilità dell’utero e della prostata è spessissimo un problema centrale e anche l’organo vomero-nasale ne fa parte.

Se si creano delle disfunzioni di mobilità e motilità degli organi dell’apparato riproduttivo, aumenterà la loro congestione e la stasi dei fluidi, di conseguenza il pavimento pelvico e la catena fasciale superficiale anteriore, che s’inserziona sul pube,dovranno adattarsi perdendo mobilità. La fascia dell’adduttore, fa parte della catena fasciale superficiale anteriore, sarà la vittima diretta e perturberà la fisiologia del nervo piccolo safeno, classico dolore notturno del comparto mediale del ginocchio.

Ci possono essere anche altre correlazioni riguardo al sensoriale olfattivo e il sistema limbico, determinato dalla memoria delle paure associate ad emozioni olfattive, l’amigdala e l’ippocampo conservano questa memoria.

Questo comporterà delle ripercussioni sugli organi correlati alla paura, qualirene e vescica, come la medicina cinese ci consiglia.

La struttura locomotoria che sarà colpita è lo psoas, che è la rotaia del rene, omolaterale all’amigdala e ippocampo.

Questo comporterà un ipercarico del peso dal lato dello psoas e anche uno shift del bacino.